Spiazzo erboso davanti alla cascina di don Lolò Zirafa in vetta a un poggio. A sinistra è la facciata della cascina, rustica, a un sol piano. La porta, rossa, un po’ stinta, è nel mezzo; sopra la porta, un balconcino. Finestre sopra e sotto: quelle di sotto, con grate. A destra, un secolare olivo saraceno; e, attorno al tronco scabro e stravolto, un sedile di pietra, murato tutt’in giro. Di là dall’olivo lo spiazzo scoscende con un viottolo. In fondo, degradanti per il pendio del poggio, altri olivi. È ottobre.
Al levarsi della tela, ’Mpari Pè, sentendo un canto campestre delle donne, che vengono su per il viottolo a destra con ceste colme d’olive sul capo o tra le braccia, montato sul sedile attorno all’olivo saraceno, grida:
’Mpari PÈO oh! Toppe senza chiave! E tu costà, moccioso! Piano, corpo di... badate al carico!
Le donne e Nociarello vengono su dal viottolo a destra, cessando il canto.
TrisuzzaO che vi piglia, ’Mpari Pè?
La ’gnà TanaAlla grazia! Avete imparato anche voi a sacramentare?
CarminellaAnche gli alberi di qui a poco si metteranno a bestemmiare in questa campagna.
’Mpari PÈAh, vorreste che vi lasciassi seminare per terra le olive?
TrisuzzaSeminare? Io per me non ne ho lasciata cadere nemmeno una.
’Mpari PÈSe don Lolò, Dio liberi, s’affaccia là al suo balcone!
La ’gnà TanaEh, può anche starci affacciato dalla mattina alla sera! Chi attende al suo dovere, non ha nulla da temere.
’Mpari PÈGià, cantando col naso in aria.
CarminellaO che non si può piú nemmeno cantare?
La ’gnà TanaChe! Solo bestemmiare si può. Pare che abbiano scommesso, padrone e servitore, a chi le spara piú grosse.
TrisuzzaNon so come Dio non gliela fulmini codesta cascina con tutti gli alberi attorno!
’Mpari PÈEh via! finitela! Linguacce! Andate a scaricare e non la fate più lunga! Carminella. Si seguita a raccogliere?
’Mpari PÈO che è mezza festa, che volete levar mano? C’è ancora tempo per due viaggi. Su, leste, andate, andate.
Spinge verso l’angolo della cascina a sinistra le donne e Nociarello. Qualcuna, andando, riprende a cantare, per dispetto. ’Mpari Pè, rivolto verso il balcone, chiama:
’Mpari PÈDon Lolò!
Don Lolò(dall’interno a terreno). Chi mi vuole?
’Mpari PÈL’avverto che sono arrivate le mule col concime.
Don Lolò(venendo fuori, sulle furie. È un pezzo d’uomo sui quaranta, dagli occhi di lupo, sospettosi; iracondo. Porta in capo un vecchio cappellaccio bianco a larghe tese e agli orecchi due cerchietti d’oro. Senza giacca, con una camicia di ruvida flanella, a quadri, violacea, aperta sul petto irsuto; le maniche rimboccate). Le mule, a quest’ora? Dove sono? Dove l’hai avviate?
’Mpari PÈSono di là, stia tranquillo. Il mulattiere vuol sapere dove deve scaricare.
Don LolòAh sí? Scaricare: senza ch’io abbia veduto che cosa m’ha portato? E in questo momento non posso: sto parlando con l’avvocato.
’Mpari PÈAh, della giara?
Don Lolò(squadrandolo). Ohi, dico, chi t’ha promosso caporale?
’Mpari PÈNo, dicevo...
Don LolòTu non devi dir nulla; obbedire, e mosca! Vorrei sapere per qual ragione t’è potuto venire in mente ch’io stia parlando della giara con l’avvocato.
’Mpari PÈPerché lei non sa in che apprensione — ma che dico, apprensione? — in che terrore vivo per questa giara nuova, a vederla esposta là nel palmento.
Indica a sinistra, verso la cascina.
’Mpari PÈLa levi, la levi, in nome di Dio!
Don Lolò(urlando). No! T’ho detto no cento volte! Deve star lí, e nessuno deve toccarla!
’Mpari PÈCon questo va e vieni di donne e di ragazzi, messa com’è accanto alla porta!
Don LolòSangue di... hai giurato di farmi andar via col cervello?
’Mpari PÈPurché poi non abbia a prendersi un dispiacere.
Don LolòNon voglio che mi si esca in altri discorsi, mentre n’ho cominciato uno di là con l’avvocato. Dove vuoi che la metta codesta giara? Nella dispensa non c’è posto, se prima non si leva la botte vecchia; e per ora non ho tempo.
Sopravviene da destra il mulattiere.
Il mulattiereOh, insomma, dove debbo scaricare questo concime? A momenti è bujo.
Don LolòEccone qua un altro! Sant’Aloe t’ajuti a romperti il collo, tu e tutte le tue bestie! Te ne vieni a quest’ora?
Il mulattierePrima non ho potuto.
Don LolòE io gatte nel sacco non ne ho mai comperate. E voglio che tu i mucchi sul maggese me li faccia dove e come ti dico io; e a quest’ora è troppo tardi.
Il mulattiereOh, sa la nuova, don Lolò. Io scarico le mule dove vienviene, dietro il muro di cinta, e me ne vado.
Don LolòPròvati! Voglio vederti!
Il mulattiereEcco che glielo faccio vedere!
S’avvia infuriato.
’Mpari PÈ(trattenendolo). Eh via, che furie!
Don LolòLascialo, lascialo andare!
Il mulattiereSe egli ha la testa calda, io l’ho piú calda di lui! Non ci si può aver da fare! Ogni volta, una lite!
Don LolòEh, caro mio, con me, chi vuol aver da fare — guarda —
cava di tasca un libro di piccolo formato, legato in tela rossa
Don Lolòc’è questo. Lo sai che è? Ti sembra un libriccino da messa? È il Codice Civile! Me l’ha regalato il mio avvocato, che ora è qua, a villeggiatura da me. E ho imparato a leggerci, sai, in questo libriccino, e a me non me la fa piú nessuno, neppure il Padreterno! Contemplato tutto, qua: caso per caso. E me lo pago ad anno, io, l’avvocato!
’Mpari PÈEccolo qua!
Esce dalla porta della cascina l’avvocato Scimè con una vecchia paglietta in capo e un giornale in mano, aperto.
ScimèChe cos’è, don Lolò?
Don LolòSignor avvocato, quest’ignorante se ne viene al bujo con le mule a portarmi un carico di concime per il maggese, e invece di chiedermi scusa —
Il mulattiere(cercando d’interrompere, rivolto all’avvocato). — gli ho detto che prima non ho potuto
Don Lolò(seguitando). — mi ha minacciato —
Il mulattiere— io? non è vero! —
Don Lolò— tu, sí, di buttarmelo dietro il muro —
Il mulattiere— ma perché lei... —
Don Lolò— io, che cosa? Lo voglio scaricato sul posto, come si deve, a mucchi, tutti d’una misura.
Il mulattiereE andiamo! Perché non viene? C’è ancora due ore di sole, signor avvocato. È che lui vorrebbe soppesarselo in mano, con rispetto parlando, pallottola per pallottola. L’avessi a conoscere!
Don LolòOh, lascia star l’avvocato, ch’è qua per me e non per te! Non gli dia retta, signor avvocato: se ne vada giú per il viottolo là, al suo solito; si metta a sedere sotto il gelso, e si legga in pace il suo giornale. Verrò più tardi a seguitar con lei il discorso della giara.
Al Mulattiere:
Don LolòSu, su, andiamo. Quante mule sono?
S’avvia col Mulattiere verso destra.
seguendolo
Il mulattiere). Non s’era convenuto per dodici? E son dodici.
Scompare con don Lolò dietro la cascina.
Scimè(alzando le mani e scotendole in aria). Ah, via, via, via! Domattina all’alba, via a casa mia! Mi sta facendo girar la testa come un arcolajo!
’Mpari PÈNon dà requie a nessuno. E le assicuro che un bel regalo gli ha fatto vossignoria con quel libretto rosso! Prima, alla minima contrarietà, gridava: «Sellatemi la mula!».
ScimèGià, per correre in città, al mio studio, e farmi ogni volta la testa come un cestone. Caro mio, gliel’ho proprio regalato per questo, il Codice. Se lo cava di tasca, ci si scapa a cercare da sé e lascia me in pace. M’ha ispirato il diavolo, piuttosto, a venire a passare qua una settimana! Ma appena seppe dell’ordinazione del medico, che stessi in riposo per un po’ di giorni in campagna, mi mise in croce, mi mise, perché accettassi la sua ospitalità. Gli posi per patto che non dovesse parlarmi di nulla. Da cinque giorni mi rompe l’anima parlandomi d’una giara... di non so che giara...
’Mpari PÈSissignore, della giara grande, per l’olio, arrivata ch’è poco da Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricano. Uh, bella: grossa cosí, alta a petto d’uomo: pare una badessa. O che vorrebbe attaccarla anche col fornaciajo di là?
ScimèE come no? Perché gliel’ha fatta pagar quattr’onze, e dice che se l’aspettava piú grande.
’Mpari PÈ(con stupore). Piú grande?
ScimèNon mi parla d’altro da cinque giorni che son qui.
S’avvia per il sentieruolo a destra:
ScimèAh, ma domani, via, via, via.
Scompare per il sentieruolo.
Dall’interno, lontano, per le campagne si ode il bercio cantilenato di Zi Dima Licasi: «Conche, scodelle da accomodare!»
Dal sentieruolo a destra sopravvengono con scala e canne in collo Tararà e Fillicò.
’Mpari PÈ(vedendoli). Oh, e come mai? Avete smesso d’abbacchiare?
FillicòCe l’ha ordinato il padrone, passando con le mule.
’Mpari PÈE vi disse anche d’andar via?
TararàNo, che! Ci disse di trattenerci per fare non so che lavoro nella dispensa.
’Mpari PÈDi levarne la botte vecchia?
FillicòGià. Per dar posto alla giara nuova.
’Mpari PÈAh, bene! Son contento che m’abbia dato ascolto almeno una volta! Venite, venite con me.
S’avvia coi due verso sinistra; ma sopravvengono da dietro la cascina Trisuzza, la ’gnà Tana e Carminella con le ceste vuote.
La ’gnà Tana(vedendo i due abbacchiatori). E come? S’è finito d’abbacchiare?
’Mpari PÈFinito, finito, per oggi.
TrisuzzaE nojaltre, che si fa?
’Mpari PÈAspettate che il padrone torni e ve lo dica.
CarminellaCosí con le mani in mano?
’Mpari PÈChe volete ch’io vi dica? Andate a scartare nel magazzino.
La ’gnà TanaAh, senza un ordine suo non m’arrischio.
’Mpari PÈMandate allora qualcuno a prender l’ordine.
Via da sinistra con Tararà e Fillicò.
CarminellaVai, vai tu, Nociarello.
La ’gna TanaGli dirai cosí: gli uomini hanno smesso d’abbacchiare; le donne vogliono sapere che cosa han da fare.
TrisuzzaSe vuole che si mettano a scartare. Digli cosí.
NociarelloCosí. Va bene.
CarminellaCorri!
Nociarello, via di corsa per il sentieruolo a destra. Ritornano in scena da sinistra, prima uno, poi l’altro, sbalorditi, spaventati, con le mani per aria, Fillicò, Tararà e ’Mpari Pè.
FillicòVergine Santa, ajutateci voi!
TararàIo non ho piú sangue nelle vene!
’Mpari PÈCastigo di Dio! Castigo di Dio!
Le Donne(a una voce, facendosi attorno). — Che è stato? — Che avete? — Che è accaduto?
’Mpari PÈLa giara! la giara nuova!
TararàSpaccata!
Le Donne(a una voce). — La giara? — Davvero? — Oh Madre santa!
FillicòSpaccata a metà! Come se le avessero dato con la mannaja: zà!
La ’gnà TanaE com’è possibile!
TrisuzzaNon l’ha toccata nessuno!
CarminellaNessuno! Ma chi lo sentirà adesso don Lolò?
TrisuzzaFarà cose da pazzi!
FillicòIo per me lascio tutto e me ne scappo.
TararàChe? ve ne scappate? Sciocco! E chi gli leverà dal capo allora che non siamo stati noi? Qua fermi tutti! E voi
a ’Mpari Pè:
Tararàlo andrete a chiamare. No, no: lo chiamerete di qua; gli darete una voce.
’Mpari PÈ(montando sul sedile attorno all’olivo). Ecco, sí, di qua.
Gridando, con una mano presso la bocca, a più riprese:
’Mpari PÈDon Lolò! Ah, don Lolòoo! Non sente: va gridando come un pazzo dietro le mule. Don Lolòoo! È inutile! Meglio farci una corsa!
TararàMa in nome di Dio, non gli fate nascere il sospetto...
’Mpari PÈState tranquilli! Come potrei in coscienza incolpar voi?
Via di corsa per il sentieruolo.
TararàOh, tutti d’accordo, noi: una parola sola: fermi, a tenergli testa: la giara s’è rotta da sé.
La ’gnà TanaS’è dato piú d’una volta —
Trisuzza— sicuro! che le giare nuove si rompano da sé!
FillicòPerché tante volte — sapete com’è? — nel cuocerle in fornace, qualche favilla vi rimane presa dentro, che poi tutt’a un tratto pam! scoppia.
CarminellaProprio cosí! Come se le tirassero una schioppettata,
accenna un segno di croce:
CarminellaDio ne liberi e scampi.
Si odono dall’interno, a destra, le voci di don Lolò e di ’Mpari Pè.
Voce di don LolòVoglio sapere chi è stato, per la Madonna!
Voce di ’Mpari PèNessuno, glielo posso giurare!
TrisuzzaEccolo qua!
La ’gnà TanaSignore, ajutateci!
Appare dal sentieruolo, pallido, infuriato, don Lolò, seguito da ’Mpari Pè e Nociarello.
Don Lolò(avventandosi prima contro Tararà, poi contro Fillicò, agguantandoli per il petto della camicia e scrollandoli). Sei stato tu? Chi è stato? O tu o tu, uno dei due dev’essere stato, perdio, e me la pagherete!
Tararà e Fillicò(contemporaneamente, divincolandosi). — Io? Lei è pazzo! Mi lasci! Si stia quieto con le mani, o per come è vero Dio...
E contemporaneamente, attorno, le donne e ’Mpari Pè, tutti in coro:
Le Donnee 'Mpari Pè. — S’è rotta da sé! — Non ci ha colpa nessuno! — S’è trovata rotta! — Gliel’ho detto e ripetuto!
Don Lolò(ribattendo, ora all’uno ora all’altro). Ah sono pazzo? — Eh già, tutti innocenti! — S’è rotta da sé! — La farò pagare a tutti quanti! — Andatela a prendere intanto e portatela qua!
’Mpari Pè, Tararà e Fillicò corrono a prendere la giara.
Don LolòAlla luce, se c’è segno d’urto o di botta, si vedrà. E se c’è, vi salto alla gola e vi mangio la faccia! Me la pagherete tutti quanti, uomini e donne!
Le Donne(a una voce). — Che? Noi? Lei farnetica! — Vuol che ne rispondiamo anche noi? — Noi non l’abbiamo nemmeno guardata!
Don LolòSiete entrate e uscite dal palmento anche voi!
TrisuzzaEh, già, le abbiamo rotto la giara, strusciandola cosí con la sottana!
Si prende con una mano la sottana e smorfiosamente fa l’atto di sbattergliela su una gamba.
Intanto ’Mpari Pè, Tararà e Fillicò rientrano in iscena da sinistra recando la giara spaccata.
La ’gnà TanaOh peccato! Guardatela!
Don Lolò(levando le disperazioni a modo di quelli che piangono un parente morto). La giara nuova! quattr’onze di giara! E dove metterò l’olio dell’annata? Oh bella mia giara! È stata invidia o infamità! Quattr’onze buttate via! E questa ch’era annata d’olive! Ah Dio, che cosa! E come farò?
TararàMa no, no: guardi —
Fillicò— si può sanare —
’Mpari PÈ— se n’è staccato un pezzo —
Tararà— un pezzo solo —
Fillicò— spacco netto —
Tararà— forse era incrinata.
Don LolòMa che incrinata! Sonava come una campana!
’Mpari PÈÈ vero. Ne ho fatto io la prova.
FillicòLe ritorna come nuova, dia ascolto a me, se chiama un buon conciabrocche; non si vedrà piú neanche il segno della saldatura.
TararàChiami zí Dima, zí Dima Licasi! Dev’essere qua presso; l’ho sentito gridare.
La ’gnà TanaBravo mastro, fino: ha un mastice miracoloso, che non ci può neanche il martello, quando ha fatto presa. Corri, Nociarello: è qua accanto, alla chiusa di Mosca; va’ a chiamarlo!
Nociarello, via di corsa, per la sinistra.
Don Lolò(gridando). Statevi zitti! M’avete stordito! Non credo a codesti miracoli! Per me la giara è persa.
’Mpari PÈEh, glielo dicevo io!
Don Lolò(su tutte le furie). Che mi dicevi tu, ménchero, che mi dicevi, se è vero che la giara s’è rotta da sé, senza che nessuno l’abbia toccata? Anche se custodita in un tabernacolo, si sarebbe rotta lo stesso, se s’è rotta da sé!
TararàÈ giusto! Non dite parole inutili!
Don LolòMi fa dannare, quest’imbecille!
FillicòVedrà che tutto s’accomoda, con poche lire! E lei sa che dura piú una brocca rotta che una sana.
Don LolòPer l’anima di tutti i diavoli: ho le mule a mezza costa col concime!
A ’Mpari Pè:
Don LolòChe stai a fare tu qua, a guardarmi in bocca? Corri, va’ a dare un occhio, almeno!
’Mpari Pè, via per il sentieruolo.
Don LolòAh, mi fuma la testa, mi fuma la testa! Che zí Dima e zí Dima! Con l’avvocato, piuttosto, devo intendermela! Che se si è rotta da sé, è segno che doveva aver qualche guasto. Sonava, però, sonava, quand’è arrivata! E me la son tenuta per sana. C’è la mia dichiarazione. Quattr’onze perdute. Ci posso far la croce.
Si presenta a sinistra zí Dima Licasi seguito da Nociarello.
FillicòAh, ecco qua zí Dima!
Tararà(piano a don Lolò). Badi che non parla.
La ’gnà Tana(c. s. quasi misteriosamente). È di poche parole.
Don LolòAh sí?
A zi Dima:
Don LolòE non usate neanche salutare, quando vi presentate davanti a qualcuno?
Zí DimaHa bisogno della mia opera o del mio saluto? Della mia opera, credo. Mi dica che ho da fare e lo farò.
Don LolòO se le parole vi costano tanto, perché non le risparmiate anche agli altri? Non lo vedete qua che cosa avete da fare?
Gl’indica la giara.
FillicòSanare questa bella giara, zí Dima, col vostro mastice!
Don LolòDicono che fa miracoli. L’avete fabbricato voi?
Zi Dima lo guarda scontroso e non risponde.
Don LolòOh, rispondete e fatemelo vedere!
Tararà(di nuovo piano a don Lolò). Se lei lo piglia cosí, non ne otterrà nulla.
La ’gnà Tana(c. s.). Non lo fa vedere a nessuno. Ne è geloso.
Don LolòE che è? Ostia consacrata?
A zí Dima:
Don LolòDitemi almeno se credete che la giara, accomodata, verrà bene.
Zí Dima(che ha posato a terra la cesta e n’ha cavato un vecchio fazzoletto di cotone turchino tutto avvoltolato). Cosí subito? Io credo quando vedo. Mi dia tempo
Si mette a sedere per terra e comincia a svolgere pian piano, con molta cautela, il fazzoletto. Tutti lo guardano, attenti e curiosi.
La ’gnà Tana(piano a don Lolò). Sarà il mastice!
Don LolòIo mi sento salire una cosa da qua.
Indica la bocca dello stomaco.
Tutti(appena da quel fazzoletto vien fuori un pajo d’occhiali col sellino e le stanghette rotti e legati con lo spago, scoppiando in una risata). — Uh, gli occhiali! — Chi sa che credevamo che fosse! — Credevamo il mastice! — Pare una capezza!
Zí Dima(pulendo gli occhiali con una cocca del fazzoletto li guarda; poi, inforcando gli occhiali, esamina la giara e dice): Verrà bene.
Don LolòBum! Il tribunale ha emesso la sentenza. Ma vi avverto che di codesto vostro mastice, per quanto miracoloso, non mi fido. Ci voglio anche i punti.
Zí Dima torna a guardarlo, poi, senza dir nulla, prende il fazzoletto, gli occhiali e li butta nella cesta rabbiosamente; afferra la cesta, se la rimette in ispalla e s’avvia.
Don LolòOhi, dico, che fate?
Zí DimaMe ne vado.
Don LolòMessere e porco, cosí trattate?
Fillicò(trattenendolo). Eh via! zí Dima, pazienza!
Tararà(c. s.). Fate come vi comanda il padrone.
Don LolòGuardate un po’ che arie da Carlomagno! Scannato miserabile e pezzo d’asino, che non siete altro! Ci ho a metter l’olio là dentro, che trasuda. Un miglio di spaccatura, col mastice solo? Ci voglio anche i punti. Mastice e punti. Comando io.
Zí DimaTutti cosí! Tutti cosí! Ignoranti! Sia pure una brocca o sia una conchetta, una ciotola o una tazzina: i punti! I denti della vecchia che digrignano e par che dicano: «Sono rotta e accomodata!». Offro il bene e nessuno ne vuole approfittare. E mi dev’esser negato di fare un lavoro pulito e a regola d’arte!
S’appressa a don Lolò:
Zí DimaDia ascolto a me. Se questa giara non suona di nuovo come una campana, col solo mastice...
Don LolòV’ho detto di no! Io con costui non ci posso combattere!
A Tararà:
Don LolòAlla grazia! M’hai detto che parlava poco!
A zi Dima:
Don LolòÈ inutile che facciate la predica! Se tutti vi comandano i punti, è segno che a giudizio di tutti i punti ci vogliono.
Zí DimaChe giudizio! È ignoranza!
La ’gna TanaAnche a me — sarà ignoranza — ma mi sembra che ci vogliano, zí Dima.
TrisuzzaCerto, tengono meglio.
Zí DimaMa bucano! Ci vuol tanto a capirlo? Ogni punto, due buchi; venti punti, quaranta buchi. Dove col mastice solo...
Don LolòCazzica, che testa! Neanche un mulo! Bucheranno, ma ce li voglio! Sono io il padrone!
Rivolgendosi alle donne:
Don LolòSu, su, andiamo: vojaltre, a scaricare nel magazzino;
agli uomini:
Don Lolòe vojaltri, nella dispensa, a levar la botte vecchia; andiamo!
Li spinge verso la cascina.
Zí DimaOh, e aspetti!
Don LolòC’intenderemo a lavoro finito. Non ho tempo da perdere con voi.
Zí DimaVuol lasciarmi qua solo? Ho bisogno di qualcuno che m’ajuti a reggere il lembo spaccato. La giara è grossa.
Don LolòAh, e allora —
a Tararà:
Don Lolòrimani qua tu.
A Fillicò:
Don LolòE tu vieni con me.
Via con Fillicò. Le donne e Nociarello sono già andati via. Zí Dima si mette subito all’opera, con dispetto. Cava dal cesto il trapano e comincia a fare i buchi alla giara e al lembo spaccato. Nel mentre Tararà gli parlerà:
TararàManco male che l’ha presa cosí! Non ci so credere. Ho temuto che dovesse avvenire il finimondo stasera! Non s’amareggi il sangue, zí Dima. Ci vuole i punti? Lei ce li metta. Venti, trenta,
zi Dima lo guarda:
Tararàanche piú? trentacinque?
Zi Dima torna a guardarlo:
TararàE quanti, allora?
Zí DimaLa vedi questa saettella di trapano? Come la muovo — fru e fru, fru e fru — me ne sento sfruconare il cuore.
TararàMi dica, è vero che l’ebbe in sogno la ricetta del suo mastice?
Zí Dima(seguitando a lavorare). In sogno, sí.
TararàE chi le apparve in sogno?
Zí DimaMio padre.
TararàAh, suo padre! Le apparve in sogno e le disse come doveva fabbricarlo?
Zí DimaMammalucco!
TararàIo? Perché?
Zí DimaSai chi è mio padre?
TararàChi è?
Zí DimaIl diavolo che ti mangia.
TararàAh, lei dunque è figlio del diavolo?
Zí DimaE questa che ho nella cesta è la pece che v’attaccherà tutti quanti.
TararàAh, è nera?
Zí DimaÈ bianca. E me l’insegnò mio padre a farla bianca. Riconoscerete la sua potenza quando ci starete a bollire in mezzo. Ma laggiú è nera. Se accosti due dita, non le stacchi piú; e se t’attacco il labbro col naso, resti abissino per tutta la vita.
TararàE Com’è che lei la tocca e non le fa niente?
Zí DimaSciocco, quando mai il cane ha morso il suo padrone?
Butta via il trapano e sorge in piedi:
Zí DimaVieni qua, adesso.
Gli fa reggere il lembo già forato:
Zí DimaReggi qua.
Cava dalla cesta una scatola di latta, la apre, ne trae una ditata di mastice e lo mostra:
Zí DimaGuarda. Ti pare un mastice come un altro? Sta’ a vedere.
Spalma il mastice prima sull’orlo della spaccatura della giara, poi lungo tutto il lembo.
Zí DimaCon tre o quattro ditate, cosí... appena appena... Reggi bene. Io mi caccio adesso qua dentro.
TararàAh, da dentro?
Zí DimaPer forza, asino; se ho a fermare i punti bisogna che li fermi da dentro. Aspetta.
Cerca nella cesta:
Zí DimaFil di ferro e tanaglie.
Prende quello e queste e va a cacciarsi dentro la giara.
Zí DimaOh, tu adesso... — aspetta che mi metta bene — alza codesto lembo e applicalo, a combaciare... piano... bravo... cosí.
Tararà eseguisce e lo chiude dentro la giara. Poco dopo, sporgendo il capo dalla bocca della giara:
Zí DimaOra tira, tira! È ancora senza punti. Tira con tutta la tua forza. Vedi? vedi se si stacca piú? Neanche dieci paja di buoi potrebbero piú staccarla! Va ’, va’ a dirlo al tuo padrone!
TararàMa scusi, zí Dima, è sicuro che potrà uscirne, ora?
Zí DimaCome no? Ne son sempre uscito, da tutte le giare.
TararàMa questa — non so — mi pare un po’ stretta di bocca per lei. Si provi.
Ritorna dal viottolo a destra ’Mpari Pè.
’Mpari PÈO che non può piú uscirne?
Tararà(a zí Dima, dentro la giara). Piano. Aspetti. Di lato.
’Mpari PÈIl braccio, fuori prima un braccio.
TararàNo, il braccio, che dite?
Zí DimaMa insomma, santo diavolo, com’è? Non posso piú uscirne?
’Mpari PÈTanto grossa di pancia e tanto stretta di bocca!
TararàSarebbe da ridere, dopo averla sanata, se non ne potesse piú uscire davvero!
Ride.
Zí DimaAh tu ridi? Corpo di Dio, datemi ajuto!
E fa leva infuriato.
’Mpari PÈAspettate, non fate cosí! Vediamo se, piegandola...
Zí DimaNo, peggio Lasciate! L’intoppo è nelle spalle.
TararàGià, lei che n’abbonda un pochino da una parte!
Zí DimaIo? Se hai detto tu stesso che difetta di bocca la giara!
’Mpari PÈE ora come si fa?
TararàAh, questa è da contare! da contare!
Ride e corre verso la cascina, chiamando:
TararàFillicò! ’gnà Tana! Trisuzza! Carminella! Venite venite qua! Zí Dima non può piú uscire dalla giara!
Arrivano da destra Fillicò, la ’gnà Tana, Trisuzza, Carminella, Nociarello.
Le Donnee Nociarello (tutti a coro, ridendo, saltando, battendo le mani). Dentro la giara? — Oh bella! — E com’è stato? — Non può piú uscirne?
Zí Dima(nello stesso tempo, come un gatto inferocito). Fatemi uscire! Prendete il martello da quella cesta!
’Mpari PÈChe martello! Voi siete pazzo! Deve dirlo il padrone.
FillicòEccolo qua! Eccolo qua!
Sopravviene di corsa dalla destra don Lolò.
Le Donne(andandogli incontro). S’è murato dentro la giara! — Da sé! — Non può piú uscirne!
Don LolòDentro la giara?
Zí Dima(nello stesso tempo). Ajuto! ajuto!
Don LolòE che ajuto posso darvi io, vecchio imbecille, se non avete preso la misura della vostra gobba
tutti ridono
Don Lolòprima di cacciarvi dentro?
La ’gnà TanaMa guardate che gli capita, povero zí Dima!
FillicòÈ da cavarne i numeri, per com’è vero Dio!
Don LolòAspettate. Piano. Cercate di trar fuori un braccio.
’Mpari PÈÈ inutile! S’è provato in tutti i modi.
Zí Dima(che ha cavato fuori a stento un braccio). Ahi! Piano, mi sloga il braccio!
Don LolòPazienza! Provate a...
Zí DimaNo! Mi lasci!
Don LolòChe volete che vi faccia allora?
Zí DimaPrenda il martello rompa la giara!
Don LolòChe? Ora che è sanata?
Zí DimaO che vorrebbe tenermi qua dentro?
Don LolòBisogna prima vedere come s’ha da fare.
Zí DimaChe vuol vedere? Io voglio uscire! voglio uscire, perdio!
Le Donne(a coro). — Ha ragione! — Non può mica tenerlo lí! — Se non c’è altro rimedio!
Don LolòMi fuma la testa! Mi fuma la testa! Calma, calma! Questo è un caso nuovo! Non capitato mai a nessuno!
A Nociarello:
Don LolòVieni qua, ragazzo... No, meglio tu, Fillicò: corri là
gl’indica il sentieruolo a destra:
Don Lolòsotto il gelso, c’è l’avvocato; fallo venir subito qua...
E come Fillicò va via, rivolgendosi a zí Dima che si dibatte nella giara:
Don LolòFermo, voi!
Agli altri:
Don LolòTenetelo fermo! Non è giara, questa! è il diavolo!
Di nuovo a zí Dima che scrolla la giara e vi si dimena dentro:
Don LolòFermo, vi dico!
Zí DimaO la rompe lei, o a costo di rompermi io la testa, la faccio rotolare e spaccare contro un albero! Voglio uscirne! voglio uscirne!
Don LolòAspettate che venga su l’avvocato: risolverà lui questo caso nuovo! Io intanto mi guardo il mio diritto alla giara e comincio col fare il mio dovere.
Cava di tasca un grosso vecchio portafoglio di cuojo legato con lo spago e ne trae una carta di dieci lire:
Don LolòTestimoni tutti, vojaltri: qua dieci lire in compenso del vostro lavoro!
Zí DimaNon voglio niente! Voglio uscire!
Don LolòUscirete quando lo dirà l’avvocato: io intanto vi pago.
Alza la mano col biglietto di dieci lire e lo cala dentro la giara.
Dal sentieruolo a destra viene l’avvocato Scimè, ridendo, seguito da Fillicò.
Don Lolò(vedendolo). Ma che c’è da ridere, mi scusi! A lei non brucia, lo so! La giara è mia.
Scimè(non potendo trattenersi, tra le risate anche degli altri). Ma che pre... ma che pretendete di tene... di tenerlo là dentro? Ah ah ah, ohi ohi ohi... Tenerlo là dentro per non perderci la giara?
Don LolòAh, secondo lei, dovrei patire io, allora, il danno e lo scorno?
ScimèMa sapete come si chiama codesto? Sequestro di persona.
Don LolòE chi l’ha sequestrato? S’è sequestrato lui da sé! Che colpa n’ho io?
A zi Dima:
Don LolòChi vi tiene lí dentro? Uscitene!
Zí DimaSi provi lei a farmi uscire, se n’è capace!
Don LolòMa non vi ci ho ficcato io costà, da aver quest’obbligo! Vi ci siete ficcato voi: uscitene!
ScimèSignori miei, permettete che parli io?
TararàParla l’avvocato! Parla l’avvocato!
ScimèSon due i casi, statemi a sentire, e dovete mettervi d’accordo.
Rivolgendosi prima a don Lolò:
ScimèDa una parte, voi don Lolò, dovete subito liberare zí Dima.
Don Lolò(subito). E come? rompendo la giara?
ScimèAspettate. C’è poi la parte dell’altro. Lasciatemi dire. Non potete farne a meno. Per non rispondere di sequestro di persona.
Rivolgendosi ora a zí Dima:
ScimèDall’altra parte, anche voi zí Dima dovete rispondere del danno che avete cagionato cacciandovi dentro la giara senza badare che non potevate piú uscirne.
Zí DimaMa signor avvocato, io non ci ho badato perché, da tant’anni che faccio questo mestiere, di giare ne ho accomodate centinaja, e tutte sempre da dentro, per fermare i punti come l’arte comanda. Non m’era mai avvenuto il caso di non poterne piú uscire. Tocca a lui dunque di prendersela col fornaciajo che gliela fabbricò cosí stretta di bocca. Io non ci ho colpa.
Don LolòMa codesta gobba che avete, ve l’ha forse fabbricata il fornaciajo per impedirvi d’uscire dalla mia giara? Se attacchiamo lite per la bocca stretta, signor avvocato, appena si presenterà lui con quella gobba, il meno che potrà fare il pretore è di mettersi a ridere; mi condannerà alle spese e buona notte!
Zí DimaNon è vero! no! Perché con questa stessa gobba, io, per vostra regola, dalla bocca di tutte le altre giare son sempre entrato e uscito come dalla porta di casa mia!
ScimèQuesta non è ragione, abbiate pazienza, zí Dima. L’obbligo vostro era di prender la misura prima d’entrare, se ne potevate uscire oppur no.
Don LolòE deve dunque ripagarmi la giara?
Zí DimaChe?
ScimèPiano, piano. Ripagarvela come nuova?
Don LolòCerto. Perché no?
ScimèMa perché era già rotta, oh bella!
Zí DimaGliel’ho accomodata io!
Don LolòL’avete accomodata? E dunque ora è sana! Non piú rotta. Se io ora la rompo per farne uscir voi, non potrò piú farla riaccomodare, e ci avrò perduto la giara per sempre, signor avvocato.
ScimèMa ho detto perciò che zí Dima dovrà pur rispondere per la sua parte! Lasciate parlare a me!
Don LolòParli, parli.
ScimèCaro zí Dima, una delle due: o il vostro mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla.
Don Lolò(contentissimo, a quanti stanno a sentire). Sentite, sentite, come lo piglia in trappola adesso. Quando comincia cosí...
ScimèSe il vostro mastice non serve a nulla, voi siete un imbroglione qualunque. Se serve a qualche cosa, e allora la giara, anche cosí com’è, deve avere il suo valore. Che valore? Dite voi. Stimatela.
Zí DimaCon me qua dentro?
Tutti ridono.
ScimèSenza scherzare! Cosí com’è
Zí DimaRispondo. Se don Lolò me l’avesse lasciata accomodare col solo mastice com❜io volevo, prima di tutto non mi troverei qua dentro, perché avrei potuto accomodarla da fuori: e allora la giara sarebbe rimasta come nuova, e avrebbe avuto lo stesso valore di prima, né piú né meno. Cosí rabberciata come è adesso, e forata come un colabrodo, che vuole che valga? Sí e no un terzo di quanto fu pagata.
Don LolòUn terzo?
Scimè(subito, a don Lolò, facendo atto di parare). Un terzo! Zitto, voi! Un terzo... vuol dire?
Don LolòFu pagata quattr’onze: un’onza e trentatré.
Zí DimaMeno sí, piú no.
ScimèValga la vostra parola. Prendete un’onza e trentatré e datela a don Lolò.
Zí DimaChi? Io? Un’onza e trentatré a lui?
ScimèPerché rompa la giara e vi faccia uscire. Gliela pagherete quanto voi stesso l’avete stimata.
Don LolòLiscio come l’olio.
Zí DimaPagare, io? Pazzia, signor avvocato! Io ci faccio i vermi, qua dentro. Oh, tu, Tararà, pigliami la pipa, dalla cesta costà.
Tararà(eseguendo). Questa?
Zí DimaGrazie. Dammi un po’ di fuoco.
Tararà accende un fiammifero e gliel’accosta alla pipa.
Zí DimaGrazie. E bacio le mani a tutti quanti.
Con la pipa che fuma si cala dentro la giara tra le risate generali.
Don Lolò(restando come un allocco). E ora come si fa, signor avvocato, se non ne vuole piú uscire?
Scimè(grattandosi la testa e sorridendo). Eh, già, veramente, finché voleva uscirne, il rimedio c’era; ma se ora non ne vuole piú uscire...
Don Lolò(andando a parlare a zí Dima dentro la giara). Oh, che intenzione avete? di domiciliarvi costí?
Zí Dima(sporgendo il capo). Ci sto meglio che a casa mia. Fresco, come in paradiso.
Si ricala dentro e ripiglia a fumare a gran boccate.
Don Lolò(tra le risate di tutti, infuriatissimo). Finite di ridere, per la Madonna! E siatemi tutti testimoni che è lui, adesso, a non volere piú uscire, per non pagare quel che mi deve, mentre io son pronto a rompere la giara.
All’avvocato:
Don LolòNon potrei citarlo per alloggio abusivo, signor avvocato?
Scimè(ridendo). E come no? Mandategli l’usciere per lo sfratto.
Don LolòMa scusi, se m’impedisce l’uso della giara?
Zí Dima(sporgendo di nuovo il capo). Lei sbaglia. Non sto mica qua per mio piacere. Mi faccia uscire e me n’andrò ballando. Ma quanto a farmi pagare, se lo scordi. Non mi muovo piú di qua dentro.
Don Lolò(abbrancando la giara e scotendola furiosamente). Ah, non ti muovi piú? non ti muovi piú?
Zí DimaVede che mastice? Non ci sono mica i punti, sa?
Don LolòPezzo di ladro, laccio di forca, manigoldo, chi l’ha fatto il male, tu o io? E vuoi che lo paghi io?
Scimè(tirandoselo via per un braccio). Non fate cosí, ch’è peggio! Lasciatelo star lí tutta la notte, e vedrete che domattina ve lo chiederà lui stesso d’uscire. Allora, voi, un’onza e trentatré, o niente. Andiamocene su. Lasciatelo perdere.
S’avvia con don Lolò verso la cascina.
Zí Dima(sporgendo ancora una volta il capo). Ohi, don Lolò!
Scimè(a don Lolò seguitando ad andare). Non vi voltate. Via, via.
Zí Dima(prima che i due entrino nella cascina). Buona notte, signor avvocato! Ho qua dieci lire!
E appena i due sono entrati, rivolgendosi agli altri:
Zí DimaFaremo allegria tra noi, qua tutti quanti! Voglio incignar la casa nuova! Tu, Tararà, corri qua da Mosca e compra vino, pane, pesce fritto e peperoni salati: faremo un gran festino!
Tutti(battendo le mani, mentre Tararà corre per le compere). Viva zí Dima! Viva l’allegria!
FillicòCon questa bella luna! Guardate! È spuntata di là.
Indica a sinistra:
FillicòPare giorno!
Zí DimaLa voglio vedere! la voglio vedere anch’io! Trasportate la giara piú là, pian piano.
Tutti ajutano, circondando la giara e spingendola a girar su se stessa, verso il sentieruolo a destra:
Zí DimaCosí, piano, ecco... cosí... Ah com’è bella! la vedo, la vedo! Pare un sole! Chi fa una cantatina?
La ’gnà TanaTu, Trisuzza!
TrisuzzaIo, no! Carminella!
Zí DimaCantiamo tutti a coro! Tu Fillicò, suona lo scacciapensieri, e voi tutti, una bella cantata, ballando attorno alla giara!
Fillicò cava di tasca lo scacciapensieri e si mette a sonarlo; gli altri, cantando e gridando, si prendono per mano e danzano scompostamente attorno alla giara, incitati da zi Dima. Ma poco dopo, la porta della cascina si spalanca di furia e irrompe don Lolò gridando:
Don LolòCorpo di Dio, dove vi par d’essere, alla taverna? Tenete, vecchio del diavolo: andate a rompervi il collo!
Allunga un formidabile calcio alla giara, che rotola giù per il sentieruolo tra le grida di tutti. Poi si sente il fracasso della giara che si spacca urtando contro un albero.
La ’gnà Tana(seguitando il grido). Ah, l’ha ucciso!
Fillicò(guardando con gli altri). No! Eccolo là! Ne esce! Si alza! Non s’è fatto nulla!
Le donne battono le mani allegramente.
TuttiViva zí Dima! Viva zí Dima!
Lo prendono sulle spalle e lo portano via in trionfo verso sinistra.
Zí Dima(agitando le braccia). L’ho vinta io! L’ho vinta io!
TELA